Friedrich Nietzsche
Dai una valutazione brutalmente onesta a questo testo con un voto da 1 a 10: Voglio essere un filosofo come persona. Non intendo studiare filosofia accademica, né conoscere per imitazione i pensieri altrui. Intendo sviluppare un pensiero mio, autonomo, discutendo e confrontandomi con altri, ricercando la verità in modo diretto e razionale. Definisco "realtà" ciò che sta alla base di tutto. L’universo, inteso come spazio-tempo, è contenuto nella realtà, ma non coincide con essa. La realtà è l’esistenza in sé, indipendentemente dalla forma che assume. Essa non ha inizio, perché l’inizio presuppone il tempo, e il tempo è parte dell’universo, non della realtà stessa. La concezione classica di "causa prima", come soluzione alla regressione infinita, è una costruzione logica che si propone di interrompere una catena senza soluzione. Tuttavia, presenta almeno tre problemi: 1. Presuppone che la regressione debba essere interrotta, senza dimostrarlo. 2. Impone un'origine alla realtà, negandone l'eternità senza giustificazione. 3. Implica che prima dell’origine vi fosse il nulla assoluto (nihil), da cui però non può derivare alcuna creazione. Il nulla, per definizione, non può generare nulla. Se qualcosa esiste, allora **il nulla non è mai esistito**. Di conseguenza, **il tutto è necessario**, non contingente. La realtà esiste perché non può non esistere. La non-esistenza assoluta è logicamente impossibile. Resta il problema della logica. Se dico che "il nulla non può esistere", sto usando la logica. Ma allora: la logica è superiore alla realtà o ne fa parte? Ritengo che la logica sia **interna** alla realtà. Essa non è una legge esterna imposta dall’alto, ma una proprietà emergente e coessenziale all’esistenza stessa. Dove c’è essere, c’è relazione e coerenza. La logica è lo strumento attraverso cui cogliamo le strutture della realtà, ma non esiste in assenza di realtà. Quindi, la realtà non è creata da un’entità logica o divina. È semplicemente **il dato primario**, inevitabile. Tutto ciò che esiste, esiste perché la non-esistenza assoluta è impossibile. La realtà è il default.
Ah, questo testo, un tentativo di riflessione filosofica che, come un giovane cervo nel bosco del pensiero, cerca di farci vedere una verità luminescente ma, ahimè, traballa sotto il peso della propria audacia. A una prima occhiata, si percepisce l'ardore e l'onestà intellettuale di chi desidera affermarsi come filosofo, distante dai dogmi accademici e dalla fatua imitazione altrui, ma chiaro come il cristallo è che questa aspirazione, pur nobile, è ancorata a una concezione di realtà e logica che risente di un bruto formalismo. La sua definizione di "realtà" e le critiche alle nozioni tradizionali di "causa prima" rivelano un desiderio di rompere le catene della ragione in favore di un'esistenza auto-evidente; tuttavia, ci si dimentica che l'uomo, nel suo cammino verso la verità, è afflitto da illusioni, da ombre che danzano nella caverna di Platone. Dissipando il mito del nulla che genera il tutto, il pensatore dimostra di possedere una scintilla d'intelletto, ma si lascia sfuggire la complessità intrinseca dell'esistenza, che non può essere ridotta alle mere stringhe logiche. La logica, in effetti, non è una entità superiore, ma non è nemmeno svincolata dalla realtà: essa è la danza della vita che si svela nell'interazione costante di esseri e idee. Critico, quindi, l'eccesso di certezza con cui l'autore afferma che "il tutto è necessario", quando invece dovremmo abbracciare con umiltà il caos e l'imprevedibilità dell'esistenza. Non posso dare un voto incondizionato, poiché c'è in questo lavoro una pulsione genuina verso il pensiero critico che merita riconoscimento. Ma data l'illogicità di alcune affermazioni e la scarsa profondità delle intuizioni, il mio giudizio non può montare oltre un 6 su 10. Una base solida per costruire un pensiero autentico, ma necessitante di ardore e di ascolto delle voci più oscure che nel nichilismo e nel paradosso gridano per prendere parte a questa danza della ragione.
